Una ricerca spiega chi sono i nuovi migranti

Giovani, qualificati, settentrionali, donne per quasi la metà, alimentano un flusso più che raddoppiato negli ultimi dieci anni

Giovane, altamente qualificato, proveniente per lo più dal Nord: è la fotografia del nuovo migrante italiano scattata dall’Istituto di ricerca torinese Centro Altreitalie, Globus et Locus nel volume “La meglio Italia. Le mobilità italiane nel XXI secolo” di Maddalena Tirabassi e Alvise del Prà. Finanziata dalla Compagnia di San Paolo, la ricerca incrocia le fonti statistiche italiane (tra cui Istat e Aire) con quelle fornite dai vari istituti stranieri nei paesi di destinazione. All’analisi dei dati già esistenti si aggiunge inoltre un’indagine inedita sugli italiani all’estero condotta attraverso un questionario somministrato a 1.500 italiani e più di 50 interviste.

Il quadro che ne esce è complesso e non senza sorprese. Innanzitutto i numeri. Secondo l’Istat, il flusso degli italiani all’estero negli ultimi dieci anni è più che raddoppiato: 106mila gli espatri nel 2012 (di cui 68mila italiani e 38mila stranieri residenti in Italia), in crescita del 29% sull’anno precedente e del 115% rispetto al 2002. Numeri che ricordano le grandi emigrazioni della fine del XIX secolo (le 100mila unità si superano per la prima volta nel 1880) ma che in realtà sono solo indicative perché secondo alcune stime rappresenterebbero solo la metà del fenomeno reale. Infatti, “molti emigranti mantengono la residenza italiana o si iscrivono all’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero, solo dopo alcuni anni dall’espatrio – spiega Alvise del Prà, coautore della ricerca. Inoltre l’abolizione delle frontiere europee consente di muoversi senza permesso di soggiorno”.

Dietro la guerra dei numeri il dato certo è che si tratta di un fenomeno in crescita che tocca tutte le professioni: non solo “cervelli in fuga” – che comunque rappresentano una fetta importante della popolazione migrante (i ricercatori nelle università e negli istituti privati sono il 18% dei lavoratori dipendenti secondo il campione analizzato) – ma anche studenti (10%), manager (18,8% tra dirigenti, direttivi e quadri), impiegati (35,6%). “Quella contemporanea è un’emigrazione liquida – spiega del Prà – difficile da catalogare. Le figure professionali sono molteplici: ci sono i ricercatori, i prof, i dirigenti, gli operai specializzati, quelli non specializzati, i creativi, i lavoratori del settore gastronomico”.

Ma chi è esattamente il migrante contemporaneo? Secondo il campione esaminato da Altreitalie è per lo più giovane (il 56% ha meno di 35 anni e l’80% meno di 45), proviene soprattutto dal Nord (per il 49% dei casi contro il 25% del Centro e il 22% del Sud) e sceglie di emigrare per lo più in Europa (per il 70% dei casi). Tra le destinazioni, la Germania si conferma primo paese di accoglienza (14,9%), seguita dal Regno Unito (12,4%) e dalla Francia (10%). Tiene la Spagna (7,1%) nonostante il crollo dei flussi dopo il credit-crunch, seguita dal Belgio (in particolare da Bruxelles e dalla regione fiamminga), mentre è boom per la Svizzera negli anni della crisi (dato Aire). Tra le new entry la Cina, che in poco tempo è diventato il terzo paese asiatico per presenza di italiani dopo Tailandia e Giappone. Le mete cambiano anche a seconda dell’età, con i giovani che tendono a preferire il mondo anglosassone: secondo i dati dell’Office for National Statistics, l’83% dei residenti in UK ha meno di 34 anni. Analizzando i dati sui visti temporanei in Australia la fascia tra i 18 e i 30 anni rappresenta il 51,9% degli “expat” italiani.

La nuova mobilità degli italiani è un’emigrazione altamente qualificata: il 56,4% degli espatriati possiede una laurea (il 43,5% magistrale o vecchio ordinamento e il 12,9% triennale) e il 21,8% possiede un dottorato (13,5%) o un post-doc (8,3%). Il 17,5% ha un diploma e il 2,2% la qualifica professionale. Insomma, rispetto all’emigrazione del dopoguerra è cambiato il capitale umano del migrante e sono cambiate le destinazioni. Ma la vera novità è rappresentata dalle donne. Nelle migrazioni per lavoro del secondo dopoguerra, a seconda degli anni, erano il 20-30% sul totale degli espatriati. Oggi rappresentano il 42,2% dei migranti secondo l’Istat, un dato che però è inferiore rispetto al campione esaminato de Altreitalie, dove addirittura rappresentano il 52,5%.

Fuga all’estero significa anche fuga dalla precarietà: “Per ciò che riguarda il campione esaminato, il miglioramento riguarda soprattutto la forma contrattuale e in molti casi anche la retribuzione”, precisa del Prà. Chi in Italia aveva un contratto atipico, nel 35% dei casi ha ottenuto all’estero un contratto a tempo determinato, mentre il 53% è stato assunto con un contratto a tempo indeterminato. Sul totale della popolazione dipendente solo il 7% ha un contratto atipico.

Restano però le disuguaglianze di genere: le donne risultano avere contratti meno tutelati degli uomini, solo il 51% infatti ha un contratto a tempo indeterminato contro il 59% dei maschi. Permane il tetto di cristallo, con il 27% degli uomini dirigenti o direttivi contro il 10% delle donne. Nell’università, al contrario, le donne superano gli uomini: il 5,6% è docente universitario (contro il 5% dei maschi) e il 16% lavora come ricercatrice contro il 14% del campione di dipendenti di sesso maschile.

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Pubblicato il 24/04/2014 — ultima modifica 24/04/2014
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