Nuove migrazioni, se ne parla in Veneto

Il Comitato Tricolore Italiani nel Mondo organizza a Chioggia tre giorni di dibattiti per studiare il fenomeno degli espatri 2.0

Come chiamare le nuove forme di migrazione: 2.0? A cento anni dai primi viaggi italiani verso nuovi continenti, si assiste nel biennio post-crisi ellenica a nuove scelte di vita lontano dalla propria Patria? Dei diversi orientamenti sociali ed economici, oltre che delle elezioni dei Comites e del ruolo gli italiani all’estero, il CTIM discuterà domenica 30 novembre a Chioggia in occasione della Scuola di Politica promossa dal Centro Studi Europa di Venezia.

Tre giorni di incontri e dibattiti patrocinata da MIT, dal CTIM, dall’associazione universitaria rumena OSE (Organizatia Studentilor Economist – organizzazione studenti di economia di Cluj). Il Segretario Generale del Ctim, Roberto Menia, interverrà domenica 30 assieme al sociologo e docente all’università di Genova, Arnaldo Ferrari Nasi e a Francesco De Palo, direttore di "Prima di tutto italiani", per fare luce sui flussi migratori degli italiani da e verso l’estero.
"Si tratta di una utilissima occasione per analizzare, nel merito, cause ed effetti di questo preoccupante trend", osserva Menia. "Significa che le infrastrutture socio-economiche che dal dopoguerra ad oggi il nostro Stato ha implementato non hanno prodotto poi i frutti sperati, se ancora oggi dobbiamo registrare una nuova ondata di emigrazione. Il dato che deve imporre un serio esame di coscienza riguarda il fatto che, ancora una volta, qui in Italia formiamo cervelli e professioni che in seguito vanno ad arricchire altre Nazioni, mentre dovremmo puntare a stoppare questa mortificante deriva".
Anziché usare toni trionfalistici "per ritorni sui mercati – come il caso greco – o per qualche titolo dedicato dalle agenzie di rating, l’Europa farebbe bene e a preoccuparsi seriamente di ciò che sta accadendo ai suoi giovani, soprattutto a quelli italiani", sottolinea Francesco De Palo. "Non solo i numeri della disoccupazione inquietano, ma anche quelli delle aziende che chiudono perché strozzate da una pressione fiscale alle stelle e da una iper-burocrazia che zavorra ulteriormente un sistema, quello italiano, già di per se precario".
L’auspicio, aggiunge il direttore di "Prima di tutto Italiani", è che "ad esempio, le mille start-up di cui tanto si parla non siano utilizzate come megafono per interventi una tantum, ma vengano accompagnate in un percorso realmente utile che le faccia raffrontare con il mercato, solo in questo modo si potrà iniziare a ricostruire un ventaglio di opportunità per le nuove leve bianche rosse e verdi".

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Pubblicato il 27/11/2014 — ultima modifica 27/11/2014
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