In Germania allo sbaraglio

In un articolo di Mauro Montanari su Corritalia.de il ritratto dei nuovi emigranti italiani: giovani, settentrionali, con una buona formazione ma con competenze poco adatte

Su incarico del ministero federale della formazione e ricerca, il gruppo privato di ricerca statistica “.minor” ha messo a disposizione un ritratto in due volumi dei nuovi migranti italiani e spagnoli che, a partire dal 2008, hanno messo piede in Germania con l’intenzione per lo più di restarvi. La ricerca si è svolta su un campione significativo di quasi seicento italiani e quasi trecento spagnoli.

I dati, che a giudizio degli autori, sono “weitgehend repräsentativ“ - abbondantemente rappresentativi - forniscono un quadro che, per molti versi, non si distacca molto da quanto più o meno si sapeva del fenomeno, ma che, tuttavia, va molto nel dettaglio descrittivo. I ricercatori (per la cronaca: Sophie Duschl, Marianne Kraußlach e Christian Pfeffer-Hoffmann) hanno utilizzato il sistema classico delle domande incrociate a soggetti rappresentativi, arricchendo però la ricerca attraverso Blog e socialmedia.

Interessante nella ricerca è, tra le altre cose, anche il confronto tra la nuova immigrazione italiana e quella spagnola, che risultano per molti versi simili. Ciò significa che le fratture nel tessuto sociale e produttivo che questa crisi economica ha portato nei due Paesi sono molto simili tra loro. Ma veniamo al dettaglio. Anzitutto che età anno i nuovi immigrati? La risposta è inquietante. Sono quasi esclusivamente giovani. Tra gli italiani, il 60% sta tra i 26 e i 35 anni. Quasi il 95% hanno una età che va tra i 18 e i 45 anni. Quindi - e lo sapevamo - sono soprattutto i giovani a lasciare il Paese. E sono anche i giovani più scolarizzati. Non è una buona notizia per l’Italia e per tutti i Paesi dai quali questi ragazzi fuggono.

Facendo il confronto tra i dati degli italiani e degli spagnoli si nota che –come si diceva- la situazione del mondo del lavoro dei due Paesi sembra molto simile, in particolare per ciò che riguarda le incrostazioni clientelari. Dice ad esempio la spagnola Patricia: “In Spagna non trovi lavoro se non con raccomandazioni o attraverso parenti. Non c’è un mercato del lavoro aperto“. Bisogna poi anche ammettere che le stesse testimonianze raccolgono anche il desiderio - tutto italiano - di essere sovvenzionati e nutriti dallo Stato. Dice il 31enne Roberto: „C’è una certa leggenda attorno a Berlino. Alcuni hanno raccontato che si può vivere bene con 200 euro al mese. Se non hai soldi, lo Stato ti da qualcosa. Tu devi soltanto chiedere. Questo ha portato a un movimento di massa. Esagero un poco, ma c’è stata una certa propaganda!“

La ricerca mette comunque in tutta evidenza la estrema gravità della situazione italiana. Che si nota, tra l’altro, anche dalle regioni di provenienza dei giovani migranti. Sono soprattutto i giovani lombardi a lasciare il Paese. Seguono i veneti, i laziali, i campani, gli emiliano romagnoli, i toscani. Insomma, le regioni che fino a ieri erano i luoghi di attrazione della immigrazione interna, sono diventate terra di emigrazione. Il rovesciamento della tipologia degli emigranti, lo si vede anche dalla qualificazione che essi possono vantare. Il 75,8% sono accademici (di cui il 49,7% con un master in tasca; soltanto il 22,8 con un semplice baccalaureato). Il 3,3% può mostrare addirittura un diploma di dottorato. Tra le specializzazioni, spiccano i linguisti (15,9%) seguiti da economisti e sociologi (quasi l’11%). Relativamente pochi sono gli ingegneri (7,9%).

Se si dà un’occhiata –contemporaneamente- ai dati che riguardano l’immigrazione spagnola, si vedono molte similitudini, ma anche alcune differenze. Anche gli spagnoli, infatti, provengono soprattutto dalle zone più industrializzate del Paese, a cominciare dalle regione madrilena e dalla Catalogna. Essi, però, arrivano con più competenze tecniche e professionali. Sono ingegneri per il 22%; medici e infermieri per il 13,7%; matematici e fisici per il 8,7%. Insomma anche in emigrazione i giovani italiani pagano il pegno di un sistema formativo basato più sulla chiacchiera che sulla competenza in materie realmente spendibili sul mercato del lavoro. Ma andiamo avanti con le cifre. Un altro tra i punti dolenti dei giovani in arrivo è la conoscenza della lingua tedesca. Tra gli italiani, il 43,1% non ha alcuna conoscenza del tedesco, e soltanto il 1,9% arriva al livello C2, che è il minimo per tenere una normale conversazione con parole semplici e con una costruzione grammaticale accettabile. Se la cavano meglio con l’inglese, ma anche in quel caso, non è grasso che cola. Soltanto il 18,3% arriva al livello C2 e il 38% al livello C1. Insomma: parlare con qualcuno in Germania senza conoscenze di tedesco e con quel po’ di inglese imparato a scuola, diventa per il giovani italiani il problema più grave.

Alcune istituzioni pubbliche offrono corsi di lingua, anche gratuitamente, ma l’apprendimento di una lingua non è certo cosa che si sbriga in poche settimane. La precarietà e la scarsa progettazione della immigrazione emerge anche dalle domande a proposito della durata prevista del soggiorno. Il 39% dei giovani italiani non sa quanto rimane in Germania (addirittura il 51% dei giovani spagnoli). Quasi il 30% progetta un soggiorno breve: da pochi mesi a qualche anno. Non a caso, poi, i settori a cui i giovani si rivolgono sono soprattutto la gastronomia (20%) e l’arte, cultura e società (13,9%). Segue soltanto al terzo posto l’informatica (13,4%) e, al quarto, i servizi (10,4%). Su questo punto importante, la ricerca diventa però - ci pare - un po’ lacunosa.

Cosa significhi lavorare nella gastronomia, possiamo immaginarlo abbastanza bene, conoscendo le condizioni - spesso disastrose - del settore per chi vi è impiegato. Cosa però voglia dire, per un giovane italiano che conosce poco o nulla la lingua, lavorare nel settore “cultura, arte e società”, facciamo fatica ad immaginarlo. Forse si intende il suonare la chitarra per strada o il vivere nel sottobosco berlinese nell’attesa di una qualche chimerica sovvenzione dello Stato? Di più, il rapporto non dice. Rimane – dicevamo- l’impressione di una grande provvisorietà e di una quasi totale mancanza di progetto. Si viene in Germania quasi per fare un tentativo: o la va o la spacca. Ma in questo mondo così specializzato, questa non è senz’altro la metodologia vincente.

La testimonianza di Emilia (27 anni), arrivata in Germania senza conoscere la lingua e con una qualificazione tanto alta quanto poco richiesta (master in scienze politiche) la dice lunga sul tema: “Ho l’impressione che ci siano due tipi di migranti. Al primo tipo appartengono i migranti che arrivano per lavorare perché la loro specializzazione è molto richiesta, come ad esempio gli informatici. È il caso del mio compagno. È informatico e ha lavorato per la ditta (x). Io ho invece un master in scienze politiche. Quando il mio compagno è arrivato, ha avuto a disposizione una persona tedesca di una agenzia privata che lo ha aiutato in tutto. Non ha dovuto neppure presentare la domanda di immatricolazione. Questa persona ha cercato per lui un appartamento, gli ha tradotto il contratto di lavoro. Questo è veramente scandaloso. Significa che spendono migliaia di euro per fare in modo che tu, come informatico, rimanga a Berlino. Al contrario, quando sono arrivata e quando ho cominciato a lavorare, io non ho avuto nessun aiuto. Per fortuna i collaboratori parlano tutti inglese. E io guadagno 1200 euro al mese”. Emilia non lo sa, ma le poteva andare peggio.

Ciò che Emilia definisce "scandaloso“ è in realtà la condizione normale del mercato del lavoro in una nazione industriale: chi è richiesto trova i ponti d’oro; chi non è richiesto può tornarsene a casa. Stupiscono piuttosto l’ingenuità e le aspettative irrealistiche di alcuni di questi giovani, nonostante l’alta qualificazione. Dicevamo che ad Emilia poteva andare peggio.

La testimonianza di Chiara (25) che lavora nella gastronomia ne è la prova più evidente. “Le condizioni sono veramente cattive. Ti danno un contratto per un minijob (che prevede mediamente l’impiego per 10 ore alla settimana n.d.r.) ma si aspettano che lavori per 40 ore. La gastronomia è davvero il settore peggiore. Quando non si sa fare niente, si va lì. Nella gastronomia c’è veramente di tutto. C’è gente che si dimentica di pagarti. C’è gente che non ti paga e basta. Se lo possono permettere, di trattarti male, perché ce ne sono tanti che vogliono vivere qui e sono alla ricerca”. Altrove abbiamo parlato delle lodevoli iniziative dell’Amministrazione tedesca per accogliere questi giovani almeno con informazioni sul mercato del lavoro e con l’offerta di corsi di lingua. Abbiamo parlato anche dell’impegno solidale delle rappresentanze degli italiani in Germania. Manca ancora, nel tassello, l’impegno dell’Amministrazione italiana.(Corritalia.de)

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Pubblicato il 19/01/2015 — ultima modifica 19/01/2015
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