Gli olimpionici emigranti

Due campioni accomunati dallo stesso destino: trionfano a Los Angeles nel 1932, poi la guerra li blocca all’estero, Attilio Pavesi in Argentina e Nino Borsari in Australia
Gli olimpionici emigranti

Attilio Pavesi in un giornale tedesco dell'epoca

E’ stato anno di Olimpiadi, il 2012. Spenti i riflettori su quelle di Londra, noi torniamo indietro di ottant’anni, ai Giochi olimpici di Los Angeles del 1932.  Un’altra epoca per lo sport, che ancora non era fenomeno globale e commerciale, legato all’ansia da record e talvolta falsato dal doping. Allora poteva capitare che a vincere una medaglia d’oro alle Olimpiadi fossero ragazzi arrivati allo sport per istinto o per caso, correndo nei campi dell’Italia contadina con la sola forza delle gambe o in sella a una bicicletta saltando sui dossi e le buche. Due di questi ragazzi, originari della nostra regione, furono attratti oltreoceano dalla fama conseguente alla vittoria, e lì restarono, da emigranti: Attilio Pavesi in Argentina e Nino Borsari in Australia. Vi raccontiamo le loro storie.

 Dal Memorial Coliseum al Velodromo di Fiorenzuola, le tracce del mito

 A Caorso, nella bassa padana in provincia di Piacenza, dove nasce nel 1910, Attilio Pavesi nuota nel torrente Chiavenna e gareggia con gli amici. In paese si sfidano due squadre di calcio, la Rampante e la Giocatori Calcio Caorsani. Attilio frequenta la scuola, che presto abbandona per lavorare nell’officina meccanica del paese. E’ l’undicesimo e penultimo figlio di Angelo Pavesi e Maria Podestà. Con le mani ci sa fare: con una forcella trasforma una bicicletta da passeggio in una bici da corsa, e con questa a quindici anni si butta in strada e corre in una gara, a Zerbio; e poi sulle strade della pianura padana tra Piacenza e Milano. Va forte, lo notano, il ciclismo diventa la sua passione. Nel 1931 parte per il servizio militare e interrompe gli allenamenti. Ma si avvicinano le Olimpiadi di Los Angeles del ’32 e i soldati atleti vengono radunati a Roma presso la Scuola militare di educazione fisica della Farnesina. Lì conosce Giuseppe Meazza, suo coetaneo e già divo del calcio, con cui divide la stanza. Gli atleti godevano di un regime speciale: potevano allenarsi durante tutto il periodo del servizio militare.

Attilio cade dalla bici durante l’ultima gara preolimpica in cui si decidono i nomi dei corridori da mandare a Los Angeles, e rischia l’esclusione. Fortuna vuole che venga inserito come riserva nella squadra che rappresenterà l’Italia mussoliniana: è, infatti, il quinto della lista, dopo Olmo, Segato, Zaramella e Cazzulani. I 106 atleti azzurri a bordo della nave Conte Biancamano arrivano a New York l’11 luglio 1932 dopo sette giorni di viaggio, ai quali se ne aggiungono altri cinque per raggiungere Los Angeles in treno.

Il 4 agosto si svolge la gara a cronometro dei cento km su strada. Pavesi vi partecipa come ultimo degli azzurri: sostituisce Zaramella che non è in forma. Il favorito è il danese Hansen, ma a tagliare il traguardo per primo è il ciclista di Caorso, con una bicicletta che pesa 8 chili e macina la distanza in due ore, venti minuti e cinque secondi, alla media oraria di 40, 514 km. Grande gioia fra gli italiani e i piacentini che ascoltano la radio: a questa prima medaglia d’oro ne segue una seconda che Pavesi vince nella gara a squadre insieme a Cazzulani, Segato e Olmo.

Il nome di Attilio Pavesi è scolpito nel bronzo all’ingresso del Memorial Coliseum di Los Angeles. Tornato in patria, continua a correre in bici, partecipa al Giro d’Italia del 1934, ma la sua carriera è altalenante, a causa di un intervento alle tonsille non riuscito. Nel 1937 accetta l’invito a partecipare alla “Sei Giorni del Luna Park” di Buenos Aires, spinto dal desiderio di conoscere il paese in cui vive la sorella Bianca. Sbarca dalla nave argentina Alsina il 27 settembre. Attilio conta di restare una settimana, ma l’Argentina gli piace, a casa della sorella trova una seconda famiglia e, quando infine decide di rientrare, la partenza delle navi è rinviata perché l’Italia è già sull’orlo della guerra.

Nel 1939 Pavesi si stabilisce a Saénz Peña, città alle porte di Buenos Aires, dove apre un negozio di bicilette. Organizza gare di ciclismo e di atletica per la gente del luogo. Nel negozio vende, prepara e ripara biciclette fino al 2000, a novant’anni suonati. Lo spirito, rimasto quello di un ragazzo, lo condurrà fino alla bella età di 101 anni, quando si spegne in una casa di riposo a José C. Paz, vicino all’abitazione della famiglia e della figlia Patricia, presidente del Circolo regionale emiliano-romagnolo del Club italiano.

La terra natale non l’ha dimenticato: al campione olimpionico piacentino è intitolato il velodromo di Fiorenzuola. In questo tempio del ciclismo, nel prato all’ingresso, è posta una scultura in acciaio inox che raffigura Pavesi colto nell’atto di affrontare la curva in pista. 

La vita di King of Carlton, tra la pista, gli affari e la solidarietà

 Siamo a Cavezzo, in provincia di Modena, nel cuore dell’Emilia terremotata. Qui nel maggio scorso è venuta giù la metà degli edifici. Nella frazione Motta, la chiesa cinquecentesca è un mucchio di macerie.

A Motta di Cavezzo nasce nel 1911 l’altro oro emiliano alle Olimpiadi californiane del 1932, Nino Borsari. Di famiglia povera, lavora per una farmacia facendo consegne con la bicicletta. Un giorno, vede passare una squadra di ciclisti professionisti: si mette all’inseguimento, uno di loro lo nota e gli fa avere una nuova bicicletta. A diciannove anni Borsari è già un campione e a ventuno conquista il podio più alto ai giochi olimpici di Los Angeles nella specialità ciclistica dell’inseguimento a squadre: al Rose Bowl di Pasadena, Borsari porta l’Italia a trionfare sulla Francia dopo un lungo inseguimento.

A Cavezzo, i suoi concittadini sono così felici che gli costruiscono un velodromo in terra battuta, in modo che possa allenarsi in tranquillità. Sul terreno messo a disposizione dal Comune un gruppo di volontari realizza in un anno l’impianto, inaugurato alla presenza di molti campioni nell’aprile 1934. In quel periodo, Borsari gira il mondo in tournée ciclistiche che gli fruttano buoni guadagni. A Coney Island, New York, l’affetto degli emigrati italiani è la molla che gli fa battere il campione statunitense Fred Spencer. Gareggia al Madison Square Gardens e conosce Primo Carnera, l’eroe sportivo degli italoamericani.

Borsari torna in Italia sul mitico Rex felliniano, i velodromi di tutto il mondo lo chiamano, lui riparte e nel 1934 va in Australia, dove partecipa alla Centenary Cycling Road Race, vincendola, e ad altre competizioni. Ritorna nel 1940 ma, mentre si trova a Sydney pronto a imbarcarsi per l’Italia, scoppia la seconda guerra mondiale e rimane bloccato in un paese per il quale improvvisamente diventa straniero e nemico. Per alcuni mesi Borsari deve subire l’onta dell’internamento. Liberato grazie all’intervento di sportivi australiani, si rassegna ad aspettare la fine della guerra dall’altra parte del mondo. E come Pavesi, si mette a riparare biciclette. Confinato dapprima in un sottoscala, comincia dopo la guerra un piccolo commercio, importando biciclette dalla Bianchi, per la quale aveva corso ai tempi d’oro.

Col passare del tempo, la fortuna torna a sorridergli. A Melbourne, dove si stabilisce, il negozio s’ingrandisce: alle biciclette e agli articoli sportivi venduti al Borsari Cycles, si aggiungono fucili da caccia, oggetti per la casa, giornali italiani, argenti e gioielli. Tutti in città conoscono l’Emporium Borsari dell’ex campione olimpionico. Per gli emigrati italiani è la persona di riferimento, e l’Emporio diventa un centro di assistenza per i nuovi arrivati. Nino Borsari è per tutti King of Carlton, il re del quartiere italiano di Melbourne.  

Solidarietà e sport: il binomio imprescindibile della sua vita. In Australia la vecchia medaglia d’oro aiuta il governo nel sostegno al ciclismo, organizza gare, fonda e presiede il club del ciclismo per professionisti e dilettanti dello Stato di Victoria. Lui stesso monta in sella fino a tarda età. Si spegne a Melbourne nel 1996.

L’Emporium di Nino Borsari è stato trasformato nel ristorante Borsari. Ma Borsari Cycles è ancora presente in Lygon Street.

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Pubblicato il 05/12/2012 — ultima modifica 05/12/2012
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