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Valdivia, tra proteste e speranze di una vita migliore

Incontri di un giovane emiliano romagnolo d'Australia in viaggio in Cile
Valdivia, tra proteste e speranze di una vita migliore

una immagine degli scontri a Valdivia

Lacrimogeni e pietre; studenti e passanti di fianco il ponte Pedro de Valdivia vicino il centro. Il sole negli occhi non mi permetteva di scattare foto, così sono passato di sotto. Qualche minuto dopo eccomi dall’altra parte. Dove prima c’era calma si è visto un gruppo di carabinieri avvicinarsi ai giovani che mi stavano vicino. Subito una provocazione: nubi di lacrimogeni e spruzzi d’acqua da un cannone.

 Un attivista con una vecchia macchina fotografica a 35 millimetri mi stava davanti. Ci siamo messi a parlare sulla faccenda e mi ha dato ragione di tenere una macchina così antica – quelle digitali non sono resistenti all’acqua degli idranti come le vecchie. Mentre parlavamo ci sono state altre provocazioni, e questa volta la risposta è stata una serie di pietre volanti.

 Così si fa il turismo, dentro la politica, e dentro il dibattito sull’istruzione libera e gratuita, e al di fuori del mercato, in una società stremata per le tensioni sociali che ho visto durante il mio viaggio, e che duravano da mesi. Con ogni scontro – l’atto e la reazione – c’erano scambi di parole sul tema di terrorismo dello stato con il mio collega, a pochi passi da un blocco stradale.

 Ci siamo salutati; ho lasciato la scena della battaglia per raggiungere l’università (per il cammino dei musei). Era una giornata splendida, così ho pranzato su una panca opposta al fiume, (adiacente al museo storico e antropologico) da dove si vedeva uno scorcio della città: il centro con il suo mercato e il ponte dove tre quarti d’ora prima c’era stato lo scontro. Il traffico fluiva, così come dopo il mio ritorno c’era calma, e ho trovato questo piccolo rifugio tra i musei, con i loro palazzi dell’ottocento.

 Quando sono venuto via mi sono trovato davanti una seconda manifestazione sul via Laurelles. Questa volta c’era un gruppo d’incappucciati (o “encapuchados”), gente pronta ad attaccare i carabinieri con pietre e pali. Qualche giorno dopo, mentre parlavo con altri che seguivano la faccenda, ho imparato che erano persone senza lavoro, senza futuro e senza possibilità di migliorare la loro vita. Gente con una grande voglia di scatenare la propria rabbia contro le forze d’ordine, e contro una banca che stava vicino (il giorno dopo, le sue vetrine, frantumate, erano coperte da tavole di legno).

 C’era da evitare la violenza di ambedue le parti. Il traffico continuava a fermarsi e passare tra l’incrocio, tra le pietre e tra i lacrimogeni lanciati contro gli studenti e gli incappucciati. Tenevo tutti sott’occhio: per evitare sassi che volavano dall’altro lato della strada. Non volevo che magari il tizio che mi stava vicino potesse trovare una pietra da tirare verso la pattuglia, provocando una reazione contro tutti quelli che stavano dalla mia parte.

 Il vento ha portato alcuni lacrimogeni verso di noi. Venti minuti prima mi erano cominciato a lacrimare gli occhi senza tregua: lacrime calde che bruciavano leggermente e con un odore di bruciato. Poi tutto era passato … Adesso dovevo andarmene il più presto possibile, scattare le ultime foto … La nube era invisibile. Tutti camminavano, lontano dall’incrocio. Di nuovo lacrime … lacrime che bruciavano, e non solo le mie. Non si doveva respirare. Tanti tossivano e piangevano. Alcuni, come me, ridevano mentre piangevano, e senza sapere perché. Sentivo un bruciore nel naso e nel cervello, lacrime calde e una sete che non passava …

 Vicino il fiume si è tornati alla normalità. Ho fatto un giro del mercato centrale e poi lungo la sponda del fiume. Non “piangevo” più, anche se non era un vero piangere. Il peggio era passato, ma i manifestanti che sono rimasti? 

Mi sono fermato a Valdivia per un secondo giorno, e questa volta c’era calma. La sera che ho pernottato avevo fatto amicizia con una ragazza che lavorava nel mio ostello. Aveva un cognome italiano e appena  ha saputo che ne avevo uno anch’io, è diventata curiosa. Mi ha raccontato la sua storia: lavorava lunghissime ore per pochi soldi. Mi ha chiesto se conoscessi qualcuno in Italia con il suo cognome. Voleva entrarci come turista per trovare lavoro; per cercare una nuova vita. Con la sua ingenuità, una vita migliore.

Edward Caruso, Melbourne (Australia)

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Pubblicato il 08/04/2012 — ultima modifica 08/04/2012
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