Spazio giovani

Da Italo argentini una riflessione sul senso del patriottismo

La recente festa del 2 giugno ha indotto in noi giovani una riflessione che va dal Nabucco di Verdi all’Inno di Mameli
Da Italo argentini una riflessione sul senso del patriottismo

Mameli

VA PENSIERO SULL´ALI...” (della patria lontana). La recente festa della Repubblica ci ha spinto a una riflessione su quello che è il patriottismo. E’ per questo che ho cominciato con le prime parole del “Va pensiero”, l´opera Nabucco di Giuseppe Verdi. Forse perché essa ha lasciato negli italiani un che di nostalgia con le parole del “va pensiero”. E non solo dei nostri connazionali. Chi, ascoltando le note del Nabucco non sente una fitta al cuore stando fuori dalla propria patria, qualunque essa sia? Il giorno due giugno, via internet abbiamo rivisto ed ascoltato Roberto Benigni fare un esegesi dell´inno di Mameli. Molti si sono chiesti il perché ed egli lo spiegò con il fervore e tutta la passione che egli esterna in ogni cosa. Mameli era un quasi ragazzino di 20 anni quando pensò di comporre le parole dell´inno. E qui vogliamo accingerci alla breve vita di Goffredo Mameli. Dobbiamo alla città di Genova il canto degli italiani, scritto nell´autunno del 1847. Goffredo a quel tempo, aveva soltanto vent´anni ed un grande patriottismo che gli riempiva l´animo e l´anima. La musica fu opera di un altro genovese: Michele Novaro, e il canto degli italiani nacque in quel clima di fervore patriottico che già preludeva alla guerra contro l´Austria. Il 12 ottobre (data forse emblematica) del 1946, l´inno di Mameli divenne l´inno nazionale della Repubblica Italiana. Mameli fu uno studente precocissimo, di sentimenti liberali e repubblicani che aderì al mazzinianesimo nel 1847. Dopo aver combattuto da soldato e dedicato interamente alla causa italiana, nel marzo del 1848 e a capo di 300 volontari, raggiunse Milano insorta, per poi combattere sul Mincio col grado di Capitano dei bersaglieri. Per farla breve, diciamo che collaborò con Garibaldi, che il 9 febbraio 1849 venne proclamata la Repubblica; che nonostante la febbre era sempre in prima linea nella difesa della città dove si era trasferito –Roma- assediata dai francesi. Il 3 giugno viene ferito ad una gamba; dovettero amputargliela per via della cancrena e finalmente morì d´infezione il 6 luglio a soli 22 anni. Quando Benigni, al Festival di Sanremo parlò di questo ragazzino, gli si notava il dolore sul viso, preso dal proprio sentimento patriottico anch´egli. Ma andiamo oltre. Andiamo a quanto riguarda Michele Novaro, chi diede la voce della sua musica alle parole di Mameli. Nacque il 23 dicembre del 1818; studiò a Genova composizione e canto (un altro genovese memorabile). Convinto liberale,offrì alla causa dell´ indipendenza il suo talento compositivo musicando decine di canti patriottici e organizzando spettacoli per la raccolta di fondi destinati alle imprese garibaldine. Dal suo famoso inno, non trasse alcun vantaggio. Tornato a Genova fra il 1854 e il 1856, fondò una scuola Corale Popolare alla quale dedicò tutto il suo impegno. Morì povero nel 1885 e la sua vita fu segnata da difficoltà finanziarie e da problemi di salute. Per iniziativa dei suoi allievi,gli fu eretto un monumento funebre nel cimitero di Staglieno, dove oggi riposa vicino alla tomba di Mazzini. Questa piccola digresione a riguardo dell´inno italiano e i suoi protagonisti, l´abbiamo voluta fare, mossi da una scarsa conoscenza di due personaggi che meritano anch´essi un´eroicità parecchio trascurata. E, come diceva Benigni: “ Viva l´Italia!” Ma andiamo agli avvenimenti che fecero dell´Italia una Repubblica. Non sarà un resoconto esaustivo di tutti quegli avvenimenti che portarono a due guerre e che tennero in bilico un mondo in crisi. Si accennerà brevemente ai momenti e ai personaggi più rilevanti di un´ Italia che stava cambiando. I retroscena del 2 giugno 1946. Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, l´Italia poteva essere annoverata fra le democrazie liberali benché le tensioni interne, dovute alle rivendicazioni delle classi popolari insieme alla non risolta questione del rapporto con la Chiesa cattolica per i fatti del 1870, lasciassero ampie zone d´ombra. Nel primo dopoguerra alle elezioni del 1919, i partiti di ideologia repubblicana (i Socialisti massimalisti e il Partito Repubblicano) conseguirono alla Camera dei Deputati 165 seggi su 508; nel 1921, dopo la fondazione del Partito Comunista d´Italia, i tre partiti elessero complessivamente 145 deputati su 535. Sostanzialmente all´inizio del primo dopoguerra, circa il 30% degli eletti alla Camera era favorevole ad una Repubblica democratica o socialista. In questo contesto si inserì Mussolini fondando i Fasci italiani di combattimento che, in breve, utilizzando le tematiche care ai nazionalisti italiani e sfruttando la delusione per la vittoria mutilata, si sarebbe presentato come baluardo del sistema politico liberale italiano filo monarchico contro la sinistra marxista e rivoluzionaria di ideologia repubblicana. Non indifferente fu l´appoggio al giovane movimento dell´alta borghesia, sia terriera che industriale, dell´aristocrazia (la stessa regina madre, Margherita di Savoia, fu sostenitrice del fascismo), dell´alto clero e degli ufficiali, naturalmente dato dopo aver espunto quei caratteri socialisteggianti tipici del sansepolcrismo. In realtà il sistema politico liberale elesse il fascismo a suo baluardo ma ne fu a sua volta vittima, poiché venne sostituito da un regime autoritario, totalitario, militarista e nazionalista. Non si andrà avanti con quegli avvenimenti che si susseguirono; ci vorrebbero tante pagine per magari dare un´idea di quella che fu l´Italia. Già dal Risorgimento il paese era “disegnato” in pezzi, benché ci fosse la volontà di unione, con Garibaldi, Mazzini, Cavour, e tanti altri. Il 31 gennaio 1945, con l´Italia divisa ed il Nord sottoposto all´occupazione tedesca, il Consiglio dei ministri , presieduto da Ivanoe Bonomi, emanò un decreto che riconosceva il diritto di voto anche alle donne (decreto legislativo luogotenenziale nº 23 del 2 febbreaio 1945). Venne così riconosciuto il suffragio universale, dopo tanti tentativi fatti nel lontano 1881 e nel 1907 dal movimento femminista ispirato da Maria Montessori, prima donna laureata in medicina in Italia. Ma andiamo ancora più avanti. Un mese prima del referendum, Vittorio Emanuele III abdicò in favore del figlio Umberto, che venne proclamato re e assunse il nome di Umberto II. L´atto di abdicazione fu redatto in forma privata, con data del 9 maggio 1946, e la firma del re fu certificata dal notaio Nicola Angrisani di Napoli. Ci furono proteste da parte dei partiti favorevoli alla Repubblica; il motivo lo lasciamo a quelli che ne sanno un po´di più per non soffermarci troppo con dettagli che gli italiani di una certa giovane età, ne sono al corrente. Il referendum Nella giornata del 2 giugno e la mattina del 3 giugno 1946, ebbe dunque luogo il referendum per scegliere fra monarchia o repubblica. I voti validi in favore della soluzione repubblicana furono circa due milioni più di quelli per la monarchia. I ricorsi della parte soccombente furono tutti respinti e le voci di presunti brogli non furono mai confermate. L´Italia si era divisa praticamente in due: il nord dove la repubblica aveva vinto con il 66,2 %, ed il sud, dove la monarchia aveva vinto con il 63,8%. Dopo i risultati del referendum e le conseguenze dello stesso, il 13 giugno, il Consiglio dei ministri – riunito dalla notte precedente- stabilì che, a seguito della proclamazione dei risultati provvisori del 10 giugno, in base all´art. 2 del decreto, ecc., ecc., le funzioni di Capo provvisorio dello stato dovevano essere assunte dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, nonostante che il decreto imponesse di attendere la proclamazione ufficiale da parte della Corte di Cassazione e non la comunicazione dei dati provvisori. Indietreggiando di alcuni giorni –cioè dal 2 e 3 giugno- contemporaneamente al referendum istituzionale, si tennero le elezioni per l´Assemblea Costituente, che dettero una maggioranza di gran lunga superiore ai partiti favorevoli alla repubblica, in quanto, tra i componenti il Comitato di liberazione nazionale, il solo Partito Liberale Italiano si era pronunciato in favore della monarchia. In base al più volte citato art. 2 D.L.L. gt.n. 98/1946, l´Assemblea nella sua prima riunione del 28 giugno, elesse a Capo Provvisorio dello Stato, l´On. Enrico De Nicola. De Nicola assumerà per primo le funzioni di Presidente della Repubblica Italiana (1º gennaio 1948). Crediamo che fosse Indro Montanelli a riferire le parole espresse da Nenni: “O la Repubblica o il caos”. Analizzare l´Italia da tutti i punti di vista e quindi anche partendo dall´Impero Romano, non è per niente facile: è un´impresa che ancor oggi, a nostro avviso, risulta un enigma da risolvere. Ma quello che non si può negare da più di due mila anni, è che il territorio che oggi porta il nome di Italia, ha dato al mondo un tesoro meraviglioso di cultura, di arte, di personaggi illustrissimi mai avuti nel mondo, da Leonardo Da Vinci, Galileo Galilei, Dante Alighieri, il Bernini, Michelangelo...Nomi che tutti conosciamo e che abbiamo messo su un “vassoio d´oro”. Ma ce ne sono stati tantissimi che nemmeno possiamo annoverare poiché la lista sarebbe infinita. Ma abbiamo dimenticato la cosa più importante dai tempi di Augusto o Giulio Cesare: I soldati: quella “carne da macello”che fece della oggi repubblica quello che siamo. Qualcuno ha detto: “Dio ha fatto l´Italia: bellissima, con paesaggi e clima da sogno; ma poi, per equilibrare le cose, ha fatto gli italiani”. Dovremo aspettare molto ancora per capire e capirci tra di noi italiani; e ancor di più i figli e i nipoti d´italiani oltremare. Ed è per questo che vale la pena ricordare chi siamo stati, quante cose abbiamo lasciato al mondo in uno splendente scrigno che tuttavia non ci riesce e non si riesce ad aprire. “Ringraziamo -come lo disse più o meno Benigni- di essere italiani; è la nostra più grande ricchezza...”. E finalmente diremmo: Fratelli, d´Italia, // ........//stringiamci a coorte // ... ma non perché siam pronti alla morte; anzi, siam pronti alla vita per fare un paese migliore.

Luciano Fantini, Mar del Plata, Argentina

 

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Pubblicato il 15/06/2014 — ultima modifica 15/06/2014
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