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“Saper dividere il cuore in due, non è facile. Ma ci si abitua”.

L'appassionata testimonianza di Magalì Pizarro, argentina con la Romagna nel sangue
“Saper dividere il cuore in due, non è facile. Ma ci si abitua”.

Gli avi di Magalì Pizarro

"Mollo tutto e me ne vado in Sud America”. Sembra facile dirlo e farlo, soprattutto nel 21esimo secolo. Ma come sarà stato cent’anni fa? Prendere la decisione di partire. Farlo come unica alternativa. Andare lontano. Lasciare la Romagna per raggiungere la Patagonia. Un’impresa quasi impossibile, eppure i miei ce l’hanno fatta.

1909. Una valigia di cartone, e le lire nascoste fra i capelli raccolti di mia trisavola era quanto serviva per poter raggiungere l’Argentina.
Con tre figli e una in arrivo, Adele Magnanelli e Giovanni Savioli  [contadini di Montescudo, piccolo paese nell'entroterra riminese]  decisero di imbarcarsi verso la Patagonia, quella  ”terra promessa” in cui tanti altri romagnoli li aspettavano.
Arrivati in Brasile furono fermati perché – si diceva in quell’epoca –   gli immigrati portavano malattie contagiose. Costretti a restare per tempo indeterminato nella terra della lambada, iniziarono a lavorare nella raccolta del caffè. E, qualche mese dopo l’arrivo in Brasile, nasceva Giuseppina, mia bisnonna.
Dopo 4 anni di lavoro, cambia l’orizzonte… erano [finalmente] arrivati in Patagonia!
A Viedma [unico centro abitato e Capoluogo patagonico] c’erano già tanti romagnoli. Erano più di 20 le famiglie approdate a Sud, in quella prima emigrazione di fine ‘800. Alcuni erano pure i vicini di casa in Romagna [sí, incredibile, ma vero].
Altri, avevano portato tutto il gruppo familiare in diversi viaggi. Altri ancora erano arrivati in Patagonia da soli e ad appena 11 anni.

Qui li aspettava una terra solitaria, bagnata dal fiume Nero e a 30km, l’Atlantico. Ma alla Patagonia mancava qualcosa per poterla chiamare ”casa”. Mancava l’aria romagnola che qualcuno è riuscito a portarsi in valigia.

I miei trisavoli parlavano in dialetto.  E anche i loro figli, quelli nati e cresciuti in Sud America imparavano prima il dialetto che lo spagnolo rioplatense.
Mia madre ricorda quando sua nonna [quella nata in Brasile e cresciuta in Patagonia]  si metteva a parlare in dialetto romagnolo dal fruttivendolo con una sua amica, anch’essa di origine romagnola.
Il dialetto era anche una sorta di protezione quando voleva parlare qualcosa di  nascosto o non voleva farsi capire da qualcuno. Ma anche la “lingua nazionale”  quando i romagnoli si arrabbiavano.

Giovanni, mio trisavolo, non imparò mai  lo spagnolo. Sua moglie leggeva e scriveva per lui.  Penso sia stato un modo per non perdere l’appartenenza. Per non dimenticare. E non arrendersi a vivere in una terra che non sentiva sua. Infatti, in Patagonia era venuto solo perché sua moglie aveva desiderato cosí. E perché i loro figli sarebbero cresciuti senza la paura di dover partecipare nella Guerra.

Le riunioni familiari erano multitudinarie. Tutte le famiglie romagnole intorno alla tavola. Mancava il Sangiovese. Ma al suo posto c’era piadina in quantità. Mia bisnonna faceva la piadina per tutti. Sottile e croccante. La cucinava d’inverno e d’estate, al mare.  A casa sua o in quella dei parenti. E i passatelli. Mmmh… Ancora oggi se li ricorda mio nonno.

Nelle lunghe tavole si parlava di Romagna, dei parenti lasciati dall’altra parte del mondo. Dei cugini dell’ Hotel Savioli a Riccione. Del fratello prete in viaggio per il mondo. Della vita, insomma…

Anch’io, ragazza dal cognome spagnolo e quarta generazione di romagnoli, riesco a ricordare gli odori e le immagini di un tempo che non ho vissuto ma che, grazie ai  ricordi degli altri, ho potuto conoscere. Sono Argentina, si. Ma porto la Romagna nel cuore. A casa, nessuno dopo mia bisnonna aveva mai parlato italiano, né cucinato la piadina.
Sono stata io la prima  a farlo, dopo anni e anni e anni… Sembra strano. Come sembra strano tornare in Romagna e sentirsi a casa. Sentirsi a casa come mi sento qui, in Patagonia.
Sapere dividere il cuore in due, non è facile. Ma ci si abitua.
Svegliarsi a Viedma e pensare a Montescudo. Svegliarsi a Montescudo e pensare a Viedma. Succede. E ci si abitua. Ma il bello. Il bello è tornare.
Ecco, la Romagna per me è un ritorno. Un ritorno alle radici. Ai ricordi. Al momento in cui i miei trisavoli partivano. Il ritorno alla terra amata.  Il ritorno alle mie origini.

Ritornare è raccontare di essere romagnola di quarta generazione e  che tutti restino a guardarmi con gli occhi spalancati [come se fossi un alieno]. “Non ci credo”, dice qualcuno. ”Ah, ma te sei andata a pescare le radici lontano lontano”, dice un altro.

Ritornare è ascoltare qualcuno che ti dice “bel accento argentino”.

Ritornare in Romagna è che qualcuno [troppo gentile] ti dica ”guarda, hai l’accento romagnolo!”.

Ritornare è arrivare dai parenti  [quelli ritrovati da poco e a cui mi lega un filo sottile di sangue] e che  mi cerchino pure le somiglianze fra loro! ”Hai il sorriso della zia”.

Ritornare in Romagna è trovare qualcuno che sa dove si trova Viedma [quando nemmeno gli argentini lo sanno!].

Ritornare in Romagna è trovare qualcuno che ti aspetta da mesi per mangiare una piadina insieme a te.

Ritornare in Romagna è ritrovare me stessa.

Magalì Pizarro, Viedma, Argentina

 

 

Magalì Pizarro vive a Viedma, Patagonia, dove opera come autrice radiofonica e giornalista. Trisnipote di cittadini emiliano- romagnoli emigrati, serba forte il legame con la sua seconda patria. Dal 2011 fa parte della Consulta degli Emiliano- Romagnoli nel Mondo

 

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Pubblicato il 04/02/2014 — ultima modifica 04/02/2014
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