Casa della memoria dell'emigrazione

Una piccola diaspora emiliano-romagnola

Le vite di cinquemila emigrati sotto la lente di Pier Giorgio Ardeni. Nel suo libro "Dagli Appennini allo Spoon River", il professore bolognese ha ricostruito le vicende dell'emigrazione dalla montagna bolognese e modenese ai villaggi minerari dell'Illinois.

blogmagellijpg.jpgPartito da una curiosità personale – l’emigrazione del nonno Vittorio negli Stati Uniti nel 1901 – il docente di economia politica dell’Università di Bologna Pier Giorgio Ardeni si è trovato a frugare in archivi che gli hanno restituito i nomi e le vicende di molte altre persone: “i vicini, i cugini, e quelli della casa più in là, e quelli del villaggio dietro al crinale, e quelli di tutta la valle, e quelli di tutta la montagna”. Ardeni ha scoperto così una “catena di migrazione” che, tra il 1876 e il 1915, trasportò “interi gruppi familiari, interi villaggi da un’isolata frazione sulle montagne” dell’Appennino bolognese e modenese “a un’altra isolata frazione tra le praterie dell’Illinois”. Consultando migliaia di documenti, registri d’immigrazione, registri d’imbarco, censimenti, microfilm e pagine web, il professore bolognese ha registrato circa cinquemila spostamenti: cinquemila persone con nome e cognome che, a un certo punto della loro vita, non trovarono di meglio che attraversare l’Atlantico su bastimenti affollati e andarsi a calare, senza aver mai visto una miniera, “nei cunicoli stretti di terra scura per scavare con piccone e badile roccia di carbone bituminoso”. Per arrivare a quel punto, dice Ardeni, bisognava “avere molta calma, una fredda disperazione, un’idea chiara che l’alternativa all’inferno è solo l’indigenza”.

Il nonno Vittorio Ardeni non era, dunque, un caso isolato di emigrazione ma parte di un vero e proprio esodo dalle valli appenniniche alle fredde praterie dell’Illinois, nei territori che furono degli indiani e che sono bagnati dallo Spoon River. Negli anni in cui Edgar Lee Master scrisse la sua celebre Antologia, arrivarono nei villaggi minerari di La Salle, Ladd, Spring Valley, Dalzell e Cherry (gli ultimi quattro nella contea di Bureau) contadini e braccianti da una decina di comuni del comprensorio bagnato dal fiume Reno: Gaggio Montano (da cui partirono in seicento), Camugnano, Castel d’Aiano, Castel di Casio, Granaglione, Lizzano e Porretta in provincia di Bologna; Fanano, Montese e Sestola in provincia di Modena.

La causa di queste partenze fu la povertà, la mancanza di prospettive: una “mesta disperazione” convinse molti giovani a varcare l’Oceano e i cancelli del paradiso di Ellis Island per avere un lavoro, un lavoro qualsiasi, anche in miniera. “Quegli italiani – scrive Ardeni – non erano schizzinosi, le maniche se le tiravano su, accettavano, stringendo i denti, il pesante lavoro che altri non volevano più fare”. L’emigrazione significava displacement, vale a dire essere spostato dal proprio posto a un altro, diversissimo per lingua, cultura, abitudini. Al trauma del cambiamento seguiva un apartheid non tanto fisica, quanto economica. E si diventava dago, l’ultimo nella scala sociale, il più miserabile, il più afflitto: quello che poteva morire in miniera, come accadde ai 66 emiliano-romagnoli morti nel disastro di Cherry il 13 novembre 1909 e i 38, tutti modenesi dell’Appennino, che perirono nell’esplosione di Dawson, in New Mexico.

 

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Pubblicato il 10/01/2012 — ultima modifica 24/02/2012
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