Casa della memoria dell'emigrazione

Ernest Borgnine, un carpigiano da Oscar

E' morto a 95 anni l'attore americano originario della nostra regione

Ernest Borgnine Con quella faccia un po' così, da italiano d'America, Ernest Borgnine non poteva che essere un  gangster - magari della mafia -, un sergente fanatico, un poliziotto, un bracciante agricolo, una spia, un leader sindacale: al cinema, naturalmente. Non poteva fare, Borgnine, l'eroe romantico, il bel tenebroso: non ne aveva il phisique du rôle. Nonostante l'Oscar vinto con "Marty" nel 1955 come miglior attore protagonista, la fama hollywoodiana di Ernest Borgnine è dovuta alle sue notevoli doti di spalla e di caratterista in oltre un centinaio di film. Era, la sua, una faccia che si vedeva un po' ovunque (poteva essere il nostro barbiere, il macellaio che ci serve le fettine), una faccia comune, ordinaria, di cui ci si ricordava perché ogni tanto compariva sugli schermi: nelle vesti di brigante italiano o di bizzarro tassista (nel fortunato "1997 fuga da New York"), di capo vichingo, di italo americano "grasso e grosso, brutto brutto" (come si definisce nel film che gli ha dato l'Oscar), di cercatore d'oro, ranchero o bandito, come nei western che vedevamo da bambini e dove gli facevano sempre fare la parte del "cattivo".

La versatilità di questo attore, l'umanità un po' cialtrona nascosta a volte dietro una cattiveria da macchietta, gli derivano dalle sue origini emiliane, in quel di Carpi, all'ombra del Castello dei Pio. Al cinema lo usavano per le caratterizzazioni del "villain", cui dava forza con il suo aspetto massiccio: capelli scuri, figura stempiata e goffa anche quando indossava abiti eleganti. Ermes Borgnino - questo il suo vero nome - è nato a Hamden, in Connecticut, nel 1917, dalla contessa carpigiana Anna Boselli e dal piemontese Camillo Borgnino. La madre, una donna emancipata, subito dopo la nascita di Ermes era tornata per motivi familiari a vivere a Carpi, nella centralissima via Duomo. Qui il futuro attore fece i primi passi, prima del trasferimento della famiglia nel 1921 a Milano, e poi a Torino, e del rientro definitivo in America. Zio Ricciardo ospitò a Carpi per lunghi periodi il bambino, quando la famiglia era ancora in Italia. Fu questo zio, nel  luglio 1957, ad accogliere il nipote - già premio Oscar e reduce dalle riprese in Germania del film "I Vichinghi", interpretato con Kirk Douglas e Janet Leigh - al suo primo ritorno a Carpi da emigrante di successo. La star hollywoodiana, ricordano i carpigiani, aveva allora quarant'anni ed era un uomo corpulento e barbuto, quasi irriconoscibile. "Quando è sceso dalla macchina - leggiamo nelle cronache - ha chiesto dello zio, conte Ricciardo Boselli, e tutti hanno capito che il loro celebre compaesano era finalmente arrivato. Da quel momento Ernest Borgnine non ha avuto più pace. Una gran folla gli si è stretta intorno e lo ha accompagnato a casa dello zio".

Al cinema Borgnine è arrivato su incoraggiamento della madre. "A vent'anni - ricorda - ero uno scavezzacollo che si era arruolato in marina. Dieci anni su e giù per gli oceani, compresa tutta la durata della seconda guerra mondiale. Poi il ritorno a casa e comincio a bighellonare, a poltrire. Mia madre un bel giorno mi dice: 'Ernesto, perché non fai l'attore?'. Così ho provato, sono riuscito e adesso penso che lei stessa, la contessa Boselli di Carpi, abbia sempre sognato di fare l'attrice".

Ernest fa la gavetta con una compagnia di attori con cui gira la Virginia recitando Shakespeare e ricevendo compensi in natura: polli, frutta, salumi. Approda al cinema nel '51, il successo arriva nel '53 con "Da qui all'eternità" e l'Oscar due anni dopo con "Marty, vita di un timido", una storia dal sapore salingeriano dove, abbandonando le parti di cattivo che la sua stazza fisica gli impone, è un macellaio italo-americano del Bronx sfortunato in amore.

Da lì in avanti non si contano i successi. Qui possiamo solo ricordare i titoli che racchiudono le sue interpretazioni più memorabili: "Pranzo di nozze" (1956), "Pagare o morire" (1960), dove è il poliziotto anti-mafia Joe Petrosino, "Barabba" (1962), dove si cimenta col genere kolossal e lavora al fianco di Vittorio Gassman, Anthony Quinn e Silvana Mangano,  "Il volo della Fenice" (1965) e due cammei nei film capolavoro di Robert Aldrich, "Quella sporca dozzina" (1967), e di Sam Peckinpah, "Il mucchio selvaggio" (1969). Dal 1970 a oggi Borgnine, da vero professionista, ha accettato ruoli di secondo piano in molte pellicole spesso non memorabili, lavorando anche in una trentina di film per la televisione americana. Ricorda Giuliano Gemma, che con lui girò un film a Miami: "Mi confessò quanto gli piaceva l'Italia e quanto vi fosse ancora legato, tanto che amava a volte parlare con me in italiano, lingua che non ha mai dimenticato. Nelle pause del set, rimasi colpito da come Borgnine, sempre con un piccolo libro sotto il braccio, andasse a mettersi in qualche angolino, per leggere in tranquillità o per riposarsi tra un ciak e l'altro. Certo non ha mai avuto una bizza da divo, o qualche pretesa o richiesta".

La sua ultima apparizione è nel film corale "11 settembre 2001" sulla tragedia delle Twin Towers. Nel più cinico degli episodi, firmato da Sean Penn, Borgnine è un vecchio solitario e malvissuto in una buia cantina che la mattina dell'11 settembre gioisce alla vista della sua piantina di rose rianimata da un miracoloso raggio di sole al quale la mole delle torri, prima, impediva di filtrare.

Carpi ha onorato il suo illustre concittadino una prima volta nel 1989 e poi nel 2002 con la mostra "Ernest Borgnine. Un carpigiano da Oscar". All'attore è stato assegnato il Premio "Carpi per la cultura 2002" e in quell'occasione il Comune ha pubblicato un volume con l'intera filmografia e le  immagini delle locandine di tutti i suoi film. Dopo la morte nel 2009 di Karl Malden (classe 1912), Borgnine è stato in assoluto l'interprete maschile Premio Oscar più anziano vivente. Fino all’8 luglio 2012, quando la morte l’ha raggiunto a 95 anni compiuti.

 

 

 

 

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Pubblicato il 10/07/2012 — ultima modifica 10/07/2012
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