Casa della memoria dell'emigrazione

Cherry, Illinois: 13 dicembre 1909

Fu il giorno dell'esplosione della miniera: 259 morti di cui 66 provenienti dalla provincia di Modena

C’è un filo rosso che lega l’Emilia-Romagna e Chicago. Rosso anche nel senso del sangue di vite spezzate, perché qui in Illinois, a breve distanza dalla metropoli, nel paesino di Cherry, il 13 novembre 1909 morirono nell’incendio della miniera 259 lavoratori, di cui 66 provenienti dalla nostra regione. Cherry non fu l’unica tragedia americana che coinvolse i nostri emigrati. A Dawson, New Mexico, in un’altra esplosione in miniera, nel 1913 perirono 290 italiani, tra cui 38 modenesi dell’Appennino. La particolarità di Cherry è che ancora oggi, a cento anni esatti di distanza, la memoria dell’evento è celebrata, accudita e, se possibile, rinforzata con la partecipazione di tutta la comunità locale e, da quest’anno, anche della nostra Consulta alla cerimonia.

I migliori custodi di questa memoria sono i discendenti dei minatori che abitano in questo paese di 500 abitanti e nelle vicine località di Ladd, Utica e La Salle, riuniti nell’associazione Emilia-Romagna in Illinois presieduta da Charles Bernardini. I resti della miniera di Cherry, chiusa da sessant’anni, e la cospicua raccolta di documenti e testimonianze conservati presso la biblioteca locale, costituiscono il patrimonio di memoria e identità culturale di questa piccola comunità nel vasto granaio dell’Illinois (uno Stato grande quasi metà dell’Italia) e sono tuttora meta di visite scolastiche e turistiche.

Ballads of La Salle County

La presenza delle autorità governative, e non solo locali, alle commemorazioni annuali dimostra come il disastro di Cherry sia stato un evento importante e, anzi, uno spartiacque nella storia dello sviluppo industriale americano: anche la legislazione, infatti, è cambiata dopo l’incendio della miniera e i sindacati dei lavoratori hanno chiesto e ottenuto migliori tutele. Nell’immaginario collettivo americano, i 259 morti di Cherry sono un macigno che pesa ancora sulle coscienze. Lo testimoniano i siti internet e le canzoni che sono state scritte su questa vicenda, da The Cherry Mine Disaster del folk singer Keith Clark (contenuta nell’album Ballads of La Salle County, Illinois) a quelle, con lo stesso titolo, dei Ringles e di Ben Bedford.
Sono ormai emiliano-romagnoli di terza e anche di quarta generazione questi americani che in generale conoscono poco l’italiano ma, se hai occasione di parlare con loro, ti dicono con commozione, e quasi con orgoglio, I’m from Fanano …, I’m from Porretta …

The eighty-day men

Perché i modenesi d’inizio Novecento sceglievano per emigrare la regione dei Grandi Laghi? Quasi uno su cinque, in tutta la storia dell’emigrazione modenese, è venuto negli Stati Uniti, con punte del 33 per cento nel 1913. A differenza dei meridionali che prediligevano le grandi città della costa, i montanari dell’Appennino e gli emiliani in genere erano spinti verso l’Illinois o le regioni più interne della Pennsylvania dalla catena migratoria già tracciata dai propri compaesani che avevano preferito i piccoli centri intorno alle miniere di carbone, dove il lavoro era assicurato.

Fu uno dei nostri emigrati, Antenore Quartaroli da Boretto (Reggio Emilia) a raccontare in un diario gelosamente custodito nella biblioteca di Cherry, la drammatica esperienza degli eighty-day man, i ventuno superstiti emersi dal ventre della terra dopo otto giorni, quando ormai ogni speranza era andata perduta. Antenore e suoi compagni, tra cui i fratelli Giacomo e Salvatore Pigati di Fanano, Bonfiglio Ruggeri di Pavullo e Francesco Zanarini di Canevare, avevano già scritto le lettere d’addio ai familiari, sperando che qualcuno avrebbe ritrovato e amorosamente ricomposto i loro corpi. Avevano cercato tutte le possibili vie di uscita, sempre respinti dal fumo killer e dall'aria ossigenata, il famigerato black damp. Si erano cibati dei pochi tozzi di pane lasciati da altri minatori, scavando perfino il terreno per ricavarne poche gocce da bere. Allo stremo delle forze, dopo aver perso più volte la direzione, giunsero a duecento metri dal pozzo d'uscita, dove videro gente che lavorava. Il primo a salire sull'elevatore e a rivedere dopo otto giorni la luce del sole, fu Zanarini, seguito a ruota dai colleghi.

Cherry mine 1909

Due foto d'epoca: la miniera di Cherry il giorno del disastro.

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Pubblicato il 20/06/2014 — ultima modifica 20/06/2014
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