Casa della memoria dell'emigrazione

Mercede Galletti: l'anima non cambia patria

L'architetto Annalisa Fazzioli racconta la vita della sua mamma, da Bologna a San Paolo

I primi quattro anni in Brasile, la mamma li ha passati sempre con la speranza di ritornare alla sua Bologna. Io ero molto piccola e allora la mamma chiamò una ragazza veneta che abitava davanti a noi perché mi facesse da balia. Questa ragazza imparò persino il dialetto bolognese; me la ricordo ancora, si chiamava Antonietta. Ha vissuto con noi fino a quando si è sposata. Nel posto dove abitavamo, un po' fuori San Paolo, dove c´era la fabbrica in cui lavorava il mio papà, le persone erano di un livello culturale molto inferiore a quello della nostra famiglia. Erano persone “rustiche” i nostri vicini, e vivevano in piccole case operaie. La nostra casa era la più bella, la più grande. Nelle strade non c´era l´asfalto e, quando pioveva, era il caos.

La mia mamma pensava sempre al ritorno a Bologna, che non avvenne mai. Quando avevo 8 anni iscrisse me e mia sorella in una scuola di suore belghe, dove siamo rimaste per 7 anni. La scuola era a San Paolo, ne uscivamo solo nei fine settimana e per le vacanze estive. Mamma era sempre triste. Non aveva amiche. Durante le vacanze andavo spesso dagli zii. La zia mi insegnava a stirare le tovaglie, la mamma invece voleva che disegnassi ma io non riuscivo mai a fare come voleva lei. Copiavo da altre pitture e lei invece mi spiegava che dovevo copiare modelli veri, mi insegnava la prospettiva, le luci, le ombre e a non fare copie di copie. Mi diceva di osservare bene le proporzioni. Di queste cose parlava solo con me, diceva che le pitture di Michelangelo sembravano un piatto di rane!

Il tempo passava e Bologna era sempre più lontana. Papà tornava a casa a mezzogiorno per mangiare; poi faceva un pisolino e ritornava in fabbrica. Lavorava molto. A volte lo chiamavano di notte perché qualcosa in fabbrica si era rotto. La mamma desiderava che, terminate le scuole medie e il liceo, andassi a studiare a Bologna. Invece ho frequentato l’Università di San Paolo, laureandomi in architettura.

La mamma non aveva amiche perché parlava male il portoghese e loro avevano interessi diversi. Conduceva, così, una vita solitaria, con l’unica compagnia di mia zia. Nel 1961 mia sorella si sposò e io continuavo il collegio uscendo solo nei fine settimana. A San Bernardo, dove abitavamo, non c’erano scuole ed era difficile muoversi per la mancanza di trasporti. Mio padre aveva la macchina ma non poteva portarmi tutti i giorni a scuola. Io mi sentivo diversa dalle compagne, in collegio erano tutte figlie di “fazendeiros” molto ricchi e dove abitavo io, invece, la gente era molto povera. Non capivo bene, soffrivo, mi sentivo strana. E anche la mia mamma si sentiva così. Non eravamo né italiane né brasiliane. Avevo l´impressione di non essere compresa dalle compagne di scuola e dalle loro madri. Soltanto quando sono entrata all´Università ho iniziato a sentirmi quasi normale. La mamma voleva che andassi a Bologna ma non fu possibile. Nel 1973, finiti gli studi di architettura, mi misi a lavorare in proprio, e ho avuto successo.

Negli anni ‘50 e ‘60 era difficile vivere a San Bernardo. Ricordo che mio padre sentiva le onde corte di una radio Ducati per avere notizie dell´Italia. Per telefonare ci si serviva della CTBC,la Companhia Telefonicada Borda do Campo, fondata da un italiano di nome Tognato. Era una società per azioni, i telefoni erano pochi e per parlare con l´Italia bisognava prenotare due o tre giorni prima al centralino. Le riviste arrivavano con almeno un mese di ritardo.

La vita di mia mamma era a Bologna. Venire in Brasile fu molto triste per lei. Era abituata all´arte, al ritmo della città, alla gente, agli artisti. Durante tutta la sua vita ha pensato così. Lei voleva che io andassi a Bologna ed è morta nel 1995 senza sapere che mia figlia Paola sarebbe andata a studiare a Parma, dove si sarebbe sposata e avrebbe vissuto. Paola abita a Parma da dieci anni, ha nel sangue l´italianità che la rende felice. Io sono arrivata in Brasile a soli nove mesi e ho imparato che l´anima non cambia patria.

 La mia mamma Mercede Galletti

 Mia madre Mercede è nata a Mezzolara di Budrio, in provincia di Bologna, il 14 luglio 1913, unica figlia di Augusta Galletti e Pietro Mota. Augusta Galletti è nata a Malalbergo il 5 settembre 1887, figlia di Pietro Galletti e Maria Teresa Sorghini. Augusta si è trasferita a Budrio il 9 novembre 1909, registrandosi all´anagrafe. Il 3 dicembre 1914 si è trasferita a Bologna. Nel 1916 ha sposato Pietro Mota, nato il 29 giugno1889 a Molinella. Nel certificato di battesimo che ho trovato nella parrocchia di Mezzolara di Budrio, Mercede Maria Iolanda Galletti è dichiarata figlia di Augusta Galletti e padre ignoto. Ma la paternità di Pietro Mota non fu mai contestata.

Mercede trascorse la sua infanzia con i suoi genitori a Bologna, più con la madre che con il padre, spesso lontano da casa perché in viaggio per l'Europa e l'Africa con la sua società di autotrasporti. I registri delle attività scolastiche di Mercede hanno inizio nel 1930, quando si iscrisse al Liceo Artistico di Bologna, oggi Accademia di Belle Arti, studiando fino al 1934 senza conseguire il diploma, a causa della malattia di sua madre Augusta, morta di cancro tra forti dolori nel 1936. Mercede accudiva quasi da sola la mamma, mentre il papà era in viaggio.  

Dopo la morte della mamma, Mercede andò a vivere da sola in via Frassinago, vicino ai parenti di sua madre, i Galletti. All’Accademia Belle Arti fu compagna di corso di Luciano Minguzzi e allieva di Giorgio Morandi, che le diede due incisioni e, forse, qualche piccolo disegno. Fu suo insegnante di anatomia artistica il medico Angelo Morelli. Mercede era una persona di idee molto moderne per il suo tempo e una vera artista. Credo che Mercede e Armando, mio padre, si siano conosciuti prima della morte di Augusta nel 1936. Armando è nato il 30 aprile1908 a Bologna da Amedeo Fazzioli e Maria Ghedini. Durante il fidanzamento, Mercede ebbe in dono da Armando il celebre manuale di cucina di Pellegrino Artusi, affinché lo imparasse a memoria per quando si sarebbero sposati. Le nozze avvennero il 3 novembre 1938. Non so se mia madre avesse imparato le ricette dell’Artusi a memoria, ma sapeva cucinare molto bene.

 Armando studiava ingegneria all'Università di Bologna e insegnava in una scuola elementare a Tresigallo in provincia di Ferrara. Il sogno di mia nonna Maria era che entrambi i figli studiassero all’Università di Bologna. Per aiutarli nella loro educazione, si mise anche lei a studiare il francese, da sola. Il 20 febbraio 1940 è nata mia sorella Augusta Piera, a Bologna. Mio padre si è laureato nel 1943 in Ingegneria Meccanica, mentre mia madre, come tutte le donne del suo tempo, faceva la casalinga.
Poco dopo la laurea mio padre fu chiamato a lavorare alla Snia Viscosa a Varedo, vicino Milano. Erano tempi duri, tempi di guerra.

La casa di Varedo era grande e ospitò, fino alla fine della guerra, la famiglia di Angelo Morelli, un comunista, docente di Anatomia Artistica all’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove mamma aveva studiato. Durante il giorno Morelli rimaneva nascosto, dipingendo, facendo piccoli oggetti di falegnameria e piccole sculture in argilla, cotte nel forno della cucina. Costruì anche un presepe completo di statuine che regalò ai miei genitori, in un Natale passato con loro. Tramite Morelli, mio padre conobbe Carlo Gramsci, il fratello più giovane di Antonio. All’inizio del 1946, finita la guerra, tutta la famiglia si trasferì a Torino perché mio padre andò a lavorare alla sede torinese della Snia. Il 15 novembre di quell'anno sono nata io. E sempre nello stesso 1946, mio padre ricevette l'offerta da un imprenditore italiano radicato in Brasile, Francesco Matarazzo, di stabilirsi per un periodo di quattro anni a San Paolo, per ristrutturare e dirigere una fabbrica di rayon.
 
Mia madre avrebbe voluto tornare a Bologna ma, con la situazione del dopoguerra in Italia e di fronte all’interessante proposta di lavoro ricevuta da mio padre, questo non fu possibile. Così, nell'agosto del 1947, la nostra famiglia, senza i nonni, partì per il Brasile. Portarono con loro solo il necessario, convinti di tornare dopo quattro anni. Mio padre e mio zio, entusiasti delle opportunità di crescita del Brasile, decisero invece di rimanere e investire insieme, e di costruire un’industria tessile. I miei nonni paterni erano rimasti a Bologna, ma quando i figli decisero di non tornare in Italia, partirono anche loro nel 1953. Prima di imbarcarsi, hanno venduto tutti i beni di papà, i libri, i quadri, e tutti i disegni della mamma, comprese le incisioni di Morandi. La mia mamma ha sofferto troppo per questo e non ha mai più toccato, fino alla fine della sua vita, una matita o un pezzo di carta da disegno.

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Pubblicato il 30/08/2014 — ultima modifica 30/08/2014
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